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L’universo in una tazza di tè

Aggiornamento: 15 dic 2025


Catturare in poche righe l’essenza della cerimonia del tè, confezionandone le molteplici sfaccettature in un formato sufficientemente accessibile da chi possiede della cultura giapponese soltanto un’infarinatura generale, è un compito arduo.

È altresì vero che spogliarla della sua profondità, presentandone nient’altro che gli aspetti più superficiali, significherebbe far torto a quest’arte millenaria, che forse più di qualunque altra racchiude in sé una sintesi dell’estetica tradizionale del Giappone.


E altrettanto irrispettoso sarebbe mancare di fiducia in un pubblico generale che, in una società globalizzata da avanzati e convenienti mezzi di comunicazione, può godere della capacità di approfondire le sue conoscenze su culture diverse da quella natia. Un clic (o tocco) e via: il mondo intero a portata di mano.


Questo è il primo di una serie di articoli in cui a venire presentato sarà proprio un mondo. Un mondo vasto quanto l’universo che lo contiene ed entro cui è venuto a formarsi: quello della cerimonia del tè, chadō (茶道, "via del tè") o chanoyu (茶の湯, "acqua calda per il tè") nella lingua natia. Un vero e proprio microcosmo, all’interno del quale si trova concentrata una ricca miscela di così ampio respiro da risultare a dir poco disarmante.

Nel fitto groviglio delle sue radici, possiamo contare argomenti che spaziano dalla medicina tradizionale alla religione, per non parlare poi di sociologia, antropologia, architettura, cucina, o artigianato.


La cerimonia del tè è intrinsecamente collegata ad altre tradizionali giapponesi, quali l’ikebana, la calligrafia e la ceramica.

Né possiamo dimenticare l’importanza della storia: quella della cerimonia del tè è una storia che abbraccia confini ben più ampi degli spazi ristretti in cui viene condotta.

È la storia del Giappone, naturalmente, ma anche della Cina; una storia di monaci e nobili, di samurai e gente comune.


La storia della cerimonia del tè è quella di un immenso universo contenuto in una minuscola tazza di tè.

In questo primo articolo andremo a esplorare le origini di questa storia, librandoci in volo attraverso lo spazio e il tempo per osservare e comprendere come siano germogliati i semi di quella che sarebbe eventualmente divenuta la cerimonia del tè giapponese.



Una fama immortale: il tè in Cina


Ritratto di Lu Yu, il Saggio del Tè (733-804). 			Dipinto da Haruki Nanmei (1795-1878).
Ritratto di Lu Yu, il Saggio del Tè (733-804). Dipinto da Haruki Nanmei (1795-1878).

Come nel caso di innumerevoli altri apporti culturali che da lì il Giappone ha mutuato, è nella Cina antica che inizia il nostro viaggio alla scoperta delle origini della cerimonia del tè.

Nel continente il tè prendeva principalmente la forma di blocchi di foglie compresse, in maniera del tutto analoga all’odierna varietà detta Pu’er, e veniva apprezzato per le sue proprietà benefiche.


Queste ultime venivano concepite attraverso la stretta correlazione con la filosofia taoista, nella quale la farmacopea giocava il ruolo fondamentale di provvedere al corpo tanto quanto allo spirito umano, e questa associazione era supportata da una suggestiva aneddotica.


Il Cha Jing (“Canone del tè”), la prima monografia sul tè della storia redatta da Lu Yu nell’VIII secolo, riporta la credenza secondo cui il tè potesse conferire agli individui comuni le straordinarie capacità tipicamente attribuite agli eremiti taoisti, quali l’immortalità e il volo.


Il poeta Lu Tong, contemporaneo di Lu Yu e altrettanto appassionato di tè, prese spunto da questa credenza in una sua famosa poesia intitolata Sette tazze di tè, nella quale narrava come il consumo delle suddette gli avrebbe permesso di levarsi in volo e viaggiare fino al Penglai, la leggendaria montagna ove dimoravano i mitici immortali taoisti.



Lo Zen e l’arte di bere il tè


Placca raffigurante Bodhidharma. 				Autore sconosciuto.
Placca raffigurante Bodhidharma. Autore sconosciuto.

Di fondamentale importanza per la comprensione degli eventuali sviluppi della cerimonia del tè giapponese è l’associazione del tè con un’altra filosofia: quella buddhista, in particolar modo il buddhismo Chán (Zen in giapponese) e il monaco indiano Bodhidharma, considerato il fondatore di questa dottrina.


Narra la leggenda che Bodhidharma passò nove anni a meditare di fronte a una parete rocciosa allo scopo di raggiungere l’illuminazione; per evitare di assopirsi, com’era già accaduto al giungere del settimo anno di meditazione, il monaco recise le sue palpebre e le gettò al vento. Una volta cadute a terra, queste avrebbero finito per tramutarsi nelle prime piante di tè, e la bevanda che ne derivò fu adottata dai monaci per le sue proprietà rinvigorenti, senz’altro utili nell’affrontare il torpore durante le loro ardue meditazioni.


A comprova dell’integrazione del tè nella ritualistica dei templi buddisti, la bevanda era una componente fondamentale di diverse cerimonie. Durante l’anniversario della morte di Bodhidharma, per esempio, il tè veniva offerto a un’icona del patriarca e poi al capo dei monaci, che successivamente lo offriva al resto della congregazione attraverso gesti e movimenti altamente formalizzati. Com’è facile intuire, è in questi riti che troviamo i primi echi di quella che sarebbe divenuta col tempo la cerimonia del tè in Giappone.


I monaci buddhisti figurano in diversi episodi, considerati più o meno apocrifi, all’origine dell’introduzione del tè in Giappone. Il primo caso ritenuto storicamente certo è quello di Eichū, che aveva speso trent’anni in Cina a studiare il buddhismo. In occasione della visita dell’imperatore Saga nel IX secolo, Eichū offrì del tè a quest’ultimo nella maniera ritualizzata tipica dei riti monastici sopracitati. Il fascino subito dall’imperatore nei confronti del tè fece sì che l’interesse per la bevanda si diffondesse anche tra i membri della sua corte: innumerevoli componimenti poetici fanno da testimonianza all’interesse dei nobili verso le stesse qualità del tè già decantate in precedenza dai loro vicini cinesi.



Baldoria e raffinatezza: gli inizi della cerimonia del tè


Lo shōgun Ashikaga Yoshimasa (1436-1490). 			Dipinto da Tosa Mitsunobu (1434-1525).
Lo shōgun Ashikaga Yoshimasa (1436-1490). Dipinto da Tosa Mitsunobu (1434-1525).

La rottura dei rapporti della corte imperiale con la Cina portò tuttavia a un declino dell’interesse generale nelle importazioni culturali dal continente, fra le quali era incluso il tè.

Sarebbero dovuti passare ben tre secoli perché tornasse in voga, e ciò avvenne in concomitanza con uno dei più importanti risvolti storici nella storia del Giappone: fu alla fine del XII secolo, infatti, che venne stabilito il governo militare dei samurai, i quali di lì in poi avrebbero detenuto le redini del Paese in vece della corte imperiale.

Come già accaduto in precedenza, è a un monaco buddhista che si deve il merito di aver dato un contributo sostanziale allo sviluppo della storia del tè in Giappone.

Eisai, questo il suo nome, introdusse dalla Cina il metodo di riduzione delle foglie di tè nella polvere nota come matcha e ne promosse gli effetti terapeutici facendoli coincidere con idee di stampo buddhista, sostenendo che il tè fosse capace di esorcizzare i malesseri alla cui origine stava l’influenza di spiriti malvagi.


È partire dal XIV secolo che vediamo il tè spopolare non soltanto tra classi agiate quali samurai e mercanti, ma anche la gente comune. In voga in questo periodo erano i tōcha, gare di degustazione in cui ai partecipanti era richiesto di distinguere fra diverse varietà di tè.


Al contrario dei solenni riti condotti nei monasteri, questi eventi erano ricettacoli di dispendiose stravaganze, dove figuravano lussuosi (e costosi) premi messi in palio per i partecipanti, sui quali gli osservatori scommettevano puntando somme esorbitanti.

Tuttavia, a partire dalla seconda metà del 1400, il mecenatismo dello shōgun Ashikaga Yoshimasa favorì lo sviluppo di nuove sensibilità estetiche dalla forte ispirazione Zen, dando il via alla florida cultura Higashiyama, che prendeva il nome dalle colline ove Yoshimasa stabilì la sua dimora una volta ceduto il posto al suo successore.


Fra i vari esperti d’arte al servizio dell’ex-shōgun vi erano il trio di pittori chiamati i “tre Ami”: Nōami, suo figlio Geiami e il nipote Sōami. A questi tre uomini è attribuito il merito di aver sublimato gli elementi contrastanti dei riti buddhisti e dei tōcha in quella che era a tutti gli effetti la forma embrionale dell’odierna cerimonia del tè.

Venne introdotto l’uso di oggetti usati tipicamente nell’ambiente monastico come il daisu (un supporto per gli utensili) e cambiò il luogo dove si tenevano questi nuovi e raffinati raduni: non più uno spazioso e affollato padiglione come quello dove si tenevano i tōcha ma lo shoin, una sala di dimensioni contenute e dotata di veranda che dava su un giardino.


Nel corso di questo breve excursus abbiamo osservato l’evoluzione del ruolo del tè, della sua percezione e i vari contesti in cui veniva utilizzato in Cina e, successivamente, in Giappone. Nel prossimo articolo andremo a vedere il prossimo, fondamentale passo di questo percorso evolutivo, presentando le figure a cui la tradizione attribuisce il merito di aver codificato i principi formali ed estetici della cerimonia del tè così come è oggi conosciuta.



Dicembre 2025

a cura di Matteo Crugliano

 
 
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