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L’universo in una tazza da tè III – La Via del Tè: dal XVI secolo a oggi

  • 19 apr
  • Tempo di lettura: 8 min
Matcha giapponese: tradizione, armonia e semplicità in una tazza
Matcha giapponese: tradizione, armonia e semplicità in una tazza

Concludiamo con il presente articolo il nostro breve viaggio alla scoperta della storia del chanoyu – la cerimonia del tè giapponese. Nel corso del nostro breve excursus abbiamo esplorato lo sviluppo del chanoyu attraverso il tempo e lo spazio: partendo dalle sue origini nella Cina antica, abbiamo fatto conoscenza con i primi maestri del tè e il ruolo della bevanda nei riti monastici buddhisti.

Ed è proprio seguendo il percorso tracciato dai monaci giapponesi che ci siamo poi spostati nel Paese del Sol Levante, dove il tè finisce per essere apprezzato non solo nei templi locali, ma anche dalla nobiltà ed eventualmente le masse, figurando in lauti festini in cui vari partecipanti gareggiano distinguere fra diverse varietà di tè. Abbiamo dunque fatto la conoscenza dei primi maestri giapponesi del tè, Murata Shukō e Takeno Jōō, apprendendo come il chanoyu fosse divenuto un passatempo prediletto dai samurai, in qualità di hobby tanto quanto di strumento politico.


In questo articolo presenteremo la celebre figura di Sen no Rikyū: il maestro del tè per eccellenza, a cui si deve il merito di aver perfezionato la tradizione del chanoyu nella forma in cui tutt’oggi persiste. Daremo poi uno sguardo ai vari aspetti pratici della cerimonia del tè, dagli utensili al tipico svolgimento di una sessione; forti delle conoscenze apprese durante il nostro percorso, saremo in grado di apprezzare appieno il significato storico e filosofico del chanoyu.


Sen no Rikyū: vita e morte di un maestro


Ritratto di Sen no Rikyū (1522-1591). Dipinto da Hasegawa Tōhaku (1539-1610)
Ritratto di Sen no Rikyū (1522-1591). Dipinto da Hasegawa Tōhaku (1539-1610)

Sen no Rikyū nacque nel 1522 a Sakai, città situata nell’odierna prefettura di Osaka dove la cultura del tè era fortemente radicata fra i mercanti locali, molti dei quali erano seguaci di Takeno Jōō. Egli stesso figlio di un ricco mercante di pesce, Rikyū iniziò a studiare la via del tè nell’elegante stile di Higashiyama con Kitamura Dōchin, dedicandosi successivamente al più sobrio stile wabi sviluppato da Shukō e Jōō. Nel 1570, dopo aver dato mostra delle sue abilità nel chanoyu al cospetto di Oda Nobunaga, Rikyū divenne parte del trio di consiglieri esperti della via del tè al servizio del potente daimyō.

In seguito alla morte di quest’ultimo nel 1582, i maestri del tè continuarono a servire presso il suo fedele vassallo Toyotomi Hideyoshi, che succedette a Nobunaga nel completare l’opera di unificazione del Giappone.

Il rapporto con Hideyoshi, divenuto a tutti gli effetti l’uomo più potente del Giappone, fu, almeno agli albori, decisamente proficuo per Rikyū, e contribuì alla crescita esponenziale della sua influenza, che surclassò rapidamente quella dei suoi colleghi.

Si trattava di un rapporto che dimostrava appieno come il chanoyu fosse divenuto un punto d’incontro fra la dimensione estetica e quella politica, come esemplificato in maniera esplicita da alcuni importanti eventi per i quali Hideyoshi richiese le competenze di Rikyū. Fu ciò il caso della cerimonia del tè tenuta nel 1585 presso la corte dell’imperatore Ōgimachi, che elargì al maestro del tè il titolo Rikyū Koji (koji 居士 indicava un devoto buddista laico), da cui il nome con cui oggi è conosciuto. Due anni dopo, nel 1587, si tenne una grande cerimonia del tè presso il santuario shintoista Kitano Tenmangū a Kyoto: evento d’imponente portata al quale, fatto alquanto raro, fu consentita la partecipazione di persone di qualsivoglia estrazione sociale, dal più altolocato samurai al più povero dei vagabondi.


Nonostante il promettente inizio, l’amicizia fra i due uomini subì un improvviso deterioramento, culminando infine in una tragica rottura che costò a Rikyū la vita. Abbondano le speculazioni sulle possibili ragioni per cui il maestro del tè, che fino a poco tempo prima della sua morte rimase uno dei più stretti consiglieri di Hideyoshi: dagli screzi fra le personalità dei due uomini e le loro preferenze estetiche – lo sfarzo lussurioso per Hideyoshi, opposto alla rustica semplicità favorita da Rikyū – a complessi intrighi di natura politica dovuti alla posizione ambigua di Rikyū, che seppur fosse un mercante godeva di una vicinanza al dominatore del Giappone che i samurai mal avrebbero sopportato.

Quale che sia la verità, certo rimane che il 21 aprile del 1591, all’età di settant’anni, il più grande maestro del chanoyu della storia condusse la sua ultima cerimonia del tè presso la sua residenza a Kyoto prima di assecondare il volere di Hideyoshi compiendo il seppuku – il suicidio rituale destinato a coloro che si erano macchiati di disonore.

Un atto che lasciò basiti i contemporanei e amareggiato lo stesso Hideyoshi: che serbasse il rimorso per una decisione possibilmente impulsiva fu evidente, ad esempio, quando volle che la costruzione del castello di Fushimi assecondasse i gusti del suo vecchio consigliere e amico.


La Via del Tè: un cammino verso il benessere spirituale


L’eredità filosofica dei suoi illustri predecessori, Shukō e Jōō, raggiunse con Rikyū una superba raffinatezza. Alla base della Via del Tè così come da egli rielaborata vi era una profonda riverenza verso la dottrina buddhista, il cui spirito era palpabile in pressoché ogni singolo aspetto del chanoyu, dall’oggettistica alle regole di preparazione e svolgimento.

Al rigetto categorico dello sfarzo, cruda espressione di attaccamento ad un vano materialismo, contrapponeva un’ammirazione sincera verso la rusticità, l’imperfezione, il logorio del tempo e la malinconica desolazione di luoghi isolati.

Il contrasto fra questi due estremi e la preferenza per una disadorna imperfezione costituivano il fulcro dei termini wabi e sabi, tutt’oggi considerati la quintessenza dell’estetica giapponese.


La cerimonia del tè, così come concepita da Rikyū e i suoi successori, costituisce un’autentica esperienza meditativa: al teishu (il maestro che conduce la cerimonia) spetta il compito di guidare i commensali attraverso un vero e proprio percorso spirituale, affinché il loro animo possa distaccarsi, seppur temporaneamente, dagli attaccamenti mondani.

Un ricercato minimalismo permea ogni singolo aspetto della Via del Tè di Rikyū: l’universo così come concepito dai commensali viene spogliato della sua vasta immensità, inducendoli alla contemplazione spontanea dei pochi elementi essenziali racchiusi in un vuoto che è tanto materiale quanto mentale.


Stanza da tè situata nel Museum für Ostasiatische Kunst di Berlino
Stanza da tè situata nel Museum für Ostasiatische Kunst di Berlino

I confini di questo vuoto sono definiti dal luogo in cui si svolge la cerimonia: la chashitsu (stanza del tè). Oggigiorno, le dimensioni di una chashitsu corrispondono di solito ai quattro tatami e mezzo (circa sette metri quadri e mezzo) della yojōhan di Murata Shukō, menzionata nell’articolo precedente. Ne esistono tuttavia di dimensioni ridotte, sulla falsariga di quelle progettate da Rikyū: la più piccola misura poco più di un tatami e mezzo (poco meno di tre metri quadri).

Non è un caso che l’ingresso sia talmente basso da richiedere agli ospiti di chinarsi per entrarvi, a prescindere dalla loro estrazione sociale: la democratizzazione del chanoyu di Rikyū era al contempo requisito e conseguenza logica di un’arte che mirava a sottolineare la vacuità dell’esperienza quotidiana. In un lato della chashitsu si trova il tokonoma, un’alcova rialzata contenente i due soli elementi decorativi della stanza: una calligrafia (kakemono) appesa sulla parete e un ornamento floreale detto chabana, che può essere anch’esso appeso o poggiato sull’alcova. Il chabana, così come concepito da Rikyū, consta solitamente di un singolo fiore adatto alla stagione posto all’interno di un semplice vaso.


Le due principali tipologie di chanoyu sono rispettivamente il chakai (incontro del tè), una semplice cerimonia di breve durata, e il chaji (evento del tè), evento molto più formale dalla durata di quattro ore; esistono poi diversi stili di conduzione, ognuno codificato in un preciso set di regole (dette temae in giapponese) che determinano gli oggetti utilizzati, la preparazione del matcha (la polvere di tè verde) e la forma dello svolgimento. Le varietà di matcha serviti agli incontri sono due: lo usucha (tè leggero) e il koicha (tè denso).

Lo usucha è così chiamato poiché la polvere da tè viene diluita in una quantità d’acqua tale da dargli una consistenza liquida e quindi, per l’appunto, leggera: il matcha viene mescolato in una tazza (chawan) con un frullino di bambù (chasen), avendo cura di farlo schiumare in modo tale da ridurre l’amarezza della bevanda. Il tè leggero è l’unica varietà servita nei chakai, nei quali viene accompagnato dai wagashi (i tipici dolci giapponesi) e all’occorrenza da un pasto leggero.

Nei chaji, in aggiunta allo usucha viene servito il koicha: preparato esclusivamente con le foglie di qualità più pregiata, come fa intuire il nome presenta una densità cremosa e un sapore più intenso dello usucha a causa della maggiore porzione di matcha utilizzata. In aggiunta ai wagashi e i due tipi di tè, nei chaji viene servito il kaiseki, un pasto costituito da piccole porzioni di cibo – rigorosamente preparato con freschi ingredienti freschi di stagione – disposte con cura e eleganza in recipienti laccati.


Illustrazione del 1918 raffigurante i vari utensili utilizzati nella cerimonia del tè.
Illustrazione del 1918 raffigurante i vari utensili utilizzati nella cerimonia del tè.

La sublimazione dei singoli elementi in un’armonica totalità è una caratteristica fondamentale del chanoyu, espressa magnificamente dalla fase del consumo del tè e dalla contemplazione dell’oggettistica. Compiuta la preparazione del tè, il teishu offre la chawan al primo commensale, con cui scambia un inchino. Un altro inchino è offerto dal primo commensale al secondo prima di sollevare la tazza: la chawan presenta un segno, detto shōmen, che l’ospite rivolge verso il teishu per poi prendere un sorso.

Dopo aver espresso il suo gradimento, l’ospite prende altri piccoli sorsi, pulisce il bordo della tazza, la passa al prossimo ospite, e il processo si ripete finché tutti hanno bevuto, al qual punto il teishu lava gli oggetti e li mette via. La conversazione durante tutto il procedimento si limita nei formali chaji a poche formule di rito, mentre nei chakai è permesso di discorrere in maniera più informale.

Segue dunque la contemplazione degli utensili. Così come i suoi predecessori, ai pregiati utensili d’importazione cinese Rikyū preferiva quelli di fattura locale, in special modo se semplici, disadorni.

Attraverso una precisa sistematizzazione dell’utilizzo e l’accostamento di oggetti le cui caratteristiche – dimensioni, forma e colori – si bilanciassero a vicenda, caratteristiche negative quali difetti, danni o la scarsa qualità della manifattura venivano sublimati attraverso la cerimonia del tè nell’estetica del wabi-sabi. Rimane questo un principio indissolubile dell’odierno chanoyu, nel quale i commensali studiano gli utensili con estrema attenzione e riverenza, usando talvolta un panno di broccato per evitare di toccarli direttamente.

Ciò che traspare è l’eleganza insita nelle forme rozze, i difetti che divengono fonte di raffinata bellezza. Un capovolgimento della norma Illustrazione del 1918 raffigurante i vari utensili utilizzati nella cerimonia del tè. comune che induce l’animo ad apprezzare ciò che normalmente, accecato dall’opprimente caos del mondo esterno, sarebbe incapace di vedere.


Matcha giapponese: tradizione, armonia e semplicità in una tazza.
Matcha giapponese: tradizione, armonia e semplicità in una tazza

L’universo in una tazza di tè


Sarebbe stato impossibile tentare di riassumere in poche righe un argomento dalla portata così ampia come la cerimonia del tè giapponese. Interi volumi potrebbero essere dedicati alla sua storia, ai vari oggetti utilizzati, per non parlare della filosofia di fondo e le sue molteplici varianti praticate dalle diverse scuole oggi attive. Quel che si è tentato di adottare, allora, è stato un approccio comprensivo che permettesse al lettore di carpire un aspetto cruciale del chanoyu, ovvero come elementi disparati possano confluire in un insieme uniforme, di dimensioni modeste e una profondità pressoché infinita.


La storia della cerimonia del tè abbraccia confini che si espandono al di fuori di quelli del territorio giapponese, a partire dalle sue origini cinesi per espandersi fino a raggiungere il mondo intero, dove il matcha gode in tempi odierni di una popolarità senza eguali. Lo sviluppo della Via del Tè ha visto coinvolte figure disparate e contrapposte come pii monaci buddhisti, ambiziosi samurai e ricchi mercanti; il semplice atto di bere il tè ha giocato un ruolo fondamentale nella religione, nella politica e nell’arte.

Oggi come non mai, è facile intuire il fascino del chanoyu. In una realtà governata da ritmi esaustivi, afflitta da problemi su scala globale quanto individuale, l’universo contenuto in una mera tazza di tè ci invita a carpire l’attimo fuggente e soffermare lo sguardo sull’attraente semplicità di cose apparentemente prive di importanza.


Aprile 2026

A cura di Matteo Crugliano



Fonti:

  • Bodart, Beatrice M. “Tea and Counsel. The Political Role of Sen Rikyū.” Monumenta Nipponica 32, no. 1 (1977): 49–74.

  • Ludwig, Theodore M. “Before Rikyū. Religious and Aesthetic Influences in the Early History of the Tea Ceremony.” Monumenta Nipponica 36, no. 4 (1981): 367–90.

  • Ludwig, Theodore M. “The Way of Tea: A Religio-Aesthetic Mode of Life.” History of Religions 14, no. 1 (1974): 28–50.

  • Sōshitsu, Sen, and V. Dixon Morris. The Japanese Way of Tea: From Its Origins in China to Sen Rikyu. University of Hawai’i Press, 1998.



 
 
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