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L'UNIVERSO IN UNA TAZZA DI TE' II - I primi maestri del tè: dal XV al XVI secolo

  • 21 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 29 apr

matcha del tè giapponese

Nel precedente articolo della presente serie abbiamo iniziato il nostro viaggio attraverso la storia e la cultura del chanoyu, ovverosia la cerimonia del tè giapponese. Partendo dalla fama goduta dalla bevanda in Cina, abbiamo visto come i monachi buddhisti abbiano giocato un ruolo fondamentale non solo nell’introduzione del tè in Giappone, ma anche nell’informare gli aspetti formali e ritualistici che ne circondavano il consumo. Abbiamo quindi concluso questa prima fase del nostro excursus nel 15° secolo, quando lo shōgun in ritiro Ashikaga Yoshimasa promosse lo sviluppo di quella che viene oggi considerata la cultura tradizionale giapponese. È in quest’ambito che vediamo emergere i primi germogli di quella che sarebbe eventualmente divenuta la cerimonia del tè.

Nel presente articolo andremo a introdurre i primi maestri del tè, considerati dalla tradizione come i principali fautori della codificazione dei vari aspetti della cerimonia del tè.

E, sembrerà forse paradossale, ad aprire e concludere questa tappa nel nostro percorso non sarà la descrizione di rigidi e raffinati canoni estetici, quanto quella dei caotici conflitti in cui ambiziosi signori della guerra, si giocarono il controllo del Giappone.



Polvere da sparo, polvere da tè e Zen


Murata Shukō, fondatore dello stile wabi-cha. (1423–1502)
Murata Shukō, fondatore dello stile wabi-cha. (1423–1502)

A partire dalla seconda metà del XV secolo, la situazione politica del Giappone si trovava afflitta dalle dispute di successione di vari clan guerrieri, fra cui quello degli Ashikaga, che fino a quel momento avevano mantenuto le redini del governo.

Le varie tensioni finirono eventualmente per culminare nella Guerra Ōnin, un periodo di guerra civile considerato che a sua volta diede il via al periodo Sengoku (“Stati Combattenti”): un’epoca che prende il nome dal lungo conflitto su scala nazionale che vide coinvolti in una sanguinosa lotta per il potere i daimyō, signori feudali che detenevano il controllo delle varie provincie del Paese e facevano capo a possenti milizie.

La vita, ad ogni modo, andava avanti laddove toccata meno sentitamente dalla guerra. Fu intorno a questo periodo che emerse la figura del monaco buddhista Murata Shukō (pronunciabile anche come Jukō), ritenuto dalla tradizione il fondatore dello stile wabi-cha che caratterizza la cerimonia del tè così come tutt’oggi viene concepita e praticata. Nato a Nara, Shukō iniziò a sviluppare l’interesse per il tè grazie ai tōcha (festini popolari del tè, introdotti nel precedente articolo) in voga all’epoca.

Espulso dal suo monastero, si trasferì a Kyoto: qui non solo venne a contatto con lo stile più pacato di consumare il tè praticato dagli esteti di Higashiyama, ma sembra anche sia divenuto un discepolo del celebre monaco Zen Ikkyū.


Iconoclasta per eccellenza, Ikkyū aveva abbandonato la vita monastica, disgustato dalla corruzione che dilagava nel clero buddhista, ed era noto per la sua condotta poco ortodossa: amante del bere e delle donne, sosteneva che l’illuminazione spirituale potesse essere raggiunta tanto tra le mura di un monastero quanto mescolandosi con la gente comune. Essenziale nella filosofia di Ikkyū erano il rifiuto dello sfarzo e l’apprezzamento per la rustica semplicità della vita quotidiana.


L’influenza del pensiero Zen di Ikkyū fu fondamentale nel plasmare la filosofia e il gusto estetico di Shukō. Quest’ultimo promosse l’utilizzo di ceramiche e utensili giapponesi, sostenendo come le imperfezioni e la rozza manifattura, specialmente se confrontati con le loro raffinate controparti d’importazione cinese, li rendessero a tutti gli effetti più attraenti. Costruì inoltre a Kyoto uno yojōhan, una stanza dalle dimensioni di quattro tatami e mezzo* (da cui prende il nome giapponese): ispirata dai rustici eremo in cui tradizionalmente dimoravano poeti e monaci, finì per stabilire lo standard architettonico del luogo in cui di lì in poi si sarebbe tenuta la cerimonia del tè.


(*I tatami, ovverosia i pannelli utilizzati per la pavimentazione nelle tradizionali case giapponesi, vengono tutt’ora utilizzati come unità di misura delle dimensioni di un’abitazione).



Il tocco poetico di Takeno Jōō






Statua di Takeno di Takeno Jōō (1502–1555), situata nel parco Daisen di Sakai, presso Osaka.
Statua di Takeno di Takeno Jōō (1502–1555), situata nel parco Daisen di Sakai, presso Osaka.

Il passo successivo nell’evoluzione della tradizione iniziata da Shukō fu compiuto da Takeno Jōō. Nato in una famiglia di mercanti di Sakai, presso Osaka, all’età di trent’anni Jōō divenne un monaco buddhista presso il tempio Honganji di Kyoto. Aspirante poeta, studiò le tradizioni segrete della waka, la poesia classica giapponese, dal nobile Sanjōnishi Sanetaka, il quale faceva capo ad un circolo poetico dedito alla composizione di renga, stile poetico popolare nel quale diversi partecipanti si alternano nel concatenare versi in base a rigide regole strutturali. Figure fondamentali nella tradizione poetica erano i già citati poeti eremiti, che nell’isolamento del loro romitaggio ricercavano l’ispirazione attraverso l’immersione con una natura incontaminata dall’uomo.

Fu da questa tradizione che Jōō mutuò il termine wabi, traducibile in italiano come “austero, frugale, solitario”, utilizzandolo in riferimento all’esperienza estetica perseguita nello stile della cerimonia del tè concepito in precedenza da Shukō. L’atmosfera del wabi era perfettamente espressa nel paragone di Jōō con il decimo mese del calendario lunare: un periodo rappresentato non dalla tinta vivace dei fiori di ciliegio o delle fogliame autunnale, ma da rami tristemente spogli.


La pratica della renga servì altresì a ispirare l’enfasi di Jōō sull’interazione fra i partecipanti del chanoyu, un ideale espresso dall’idioma ichigo ichie, “un momento, un incontro”: avere coscienza dell’irrepetibilità di ogni singola esperienza di vita ci permette di apprezzare l’unicità dell’attimo fuggente.

Attraverso quest’ottica, ogni momento e ogni incontro diventano così tesori preziosi in quanto effimeri, persino quelli apparentemente privi d’alcuna importanza. Nel contesto della cerimonia del tè, Jōō intimava i partecipanti a evitare conversazioni frivole e azioni superficiali per concentrarsi invece sull’unicità del momento presente, apprezzando così appieno l’atmosfera generata dal chanoyu.



L’arte della guerra e l’arte del tè


Il conquistatore Oda Nobunaga (1534-1582). Dipinto di Kanō Sōshū (1551 - 1601).
Il conquistatore Oda Nobunaga (1534-1582). Dipinto di Kanō Sōshū (1551 - 1601).

Durante il periodo Sengoku, la cerimonia del tè godette di particolare popolarità fra daimyō come Oda Nobunaga, ricordato dalla storia come uno dei tre Grandi Unificatori del Giappone. Costui fu uno dei principali promotori del chanoyu fra i samurai, tramutando la raffinata arte in un efficace strumento politico per rinforzare i rapporti con i suoi vassalli. L’onore della partecipazione alle cerimonie tenute Nobunaga si accompagnava all’elargizione di ceramiche e utensili considerati preziosi al pari dei territori, la più tipica (e pratica) ricompensa per i servizi dei samurai.

Il collezionismo sfrenato dell’oggettistica connessa al chanoyu era in voga fra i daimyō, sfociando talvolta in un materialismo a dir poco morboso. Famoso a tal proposito è l’episodio di Matsunaga Hisahide che, assediato da forze di Nobunaga, prima di togliersi la vita distrusse la sua preziosa teiera Hiragumo affinché questa non finisse nelle mani dell’avversario che ne bramava il possesso. Hisahide era stato un discepolo di Takeno Jōō: era infatti pratica comune fra i daimyō ingaggiare i maestri del tè, i cui servigi erano lautamente ricompensati.


Un’importante conseguenza dei conflitti che imperversarono attraverso il Giappone durante il periodo Sengoku fu lo sviluppo di una mobilità sociale senza precedenti. A chiunque, spinto dall’ambizione o da necessità economica, era ora possibile impugnare le armi e servire i daimyō in qualità di ashigaru, truppe di fanteria che costituivano il grosso degli eserciti, ben distinti dai samurai propriamente detti. I signori premiavano coloro i quali davano mostra di fedeltà e si distinguevano in battaglia elargendo non solo ricompense materiali, ma anche cariche e titoli, cosicché persino un semplice contadino, se abbastanza abile, avrebbe potuto accumulare abbastanza promozioni da divenire un influente samurai.


Fu questo il caso di Toyotomi Hideyoshi, uomo di umili origini e fedele servitore di Nobunaga, a cui succedette nell’opera di conquista e unificazione del territorio giapponese, rendendolo a tutti gli effetti l’uomo più potente del Paese all’epoca. Come il suo signore prima di lui, Hideyoshi aveva sviluppato la passione per la cerimonia del tè. Fra gli uomini da cui ricevette l’istruzione sulla via del tè vi era un certo Sen no Rikyū: come andremo a scoprire nel prossimo articolo di questa serie, si trattava di colui che avrebbe finito per venire ricordato come il più famoso maestro del tè nella storia del chanoyu.


Gennaio 2026

a cura di Matteo Crugliano



Fonti:

  • Bodart, Beatrice M. “Tea and Counsel. The Political Role of Sen Rikyū.” Monumenta Nipponica 32, no. 1 (1977): 49–74.

  • Ludwig, Theodore M. “Before Rikyū. Religious and Aesthetic Influences in the Early History of the Tea Ceremony.” Monumenta Nipponica 36, no. 4 (1981): 367–90.

  • Ludwig, Theodore M. “The Way of Tea: A Religio-Aesthetic Mode of Life.” History of Religions 14, no. 1 (1974): 28–50.

  • Sōshitsu, Sen, and V. Dixon Morris. The Japanese Way of Tea: From Its Origins in China to Sen Rikyu. University of Hawai’i Press, 1998.

 
 
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